Silvana Carcano, un nuovo inizio

Pubblico la dichiarazione di Silvana Carcano su Facebook. Con i migliori auguri.

REGIONARIE O PARLAMENTARIE (La stampa dimostra sempre di essere sul pezzo!).

Senza elencare le battaglie e le vittorie degli ultimi anni in Regione e senza raccontare le bellissime esperienze che ho vissuto e sto vivendo (e che sto lasciando che mi conducano laddove dovranno condurmi), senza entrare in tutti questi meandri che si intrecciano tra di loro in maniera difficilmente decifrabile con le sole parole, posso comunque confermarvi che non mi sono candidata in Regione e non mi candiderò in Parlamento.

Lascio il ruolo di portavoce consigliere in Regione, non lascio il M5S. Né tanto meno le battaglie che devono ancora essere portate avanti. E che continuerò a portare avanti, di fianco a chi entrerà in regione, passando il testimone. E non mollerò di un centimetro quanto rimane da fare in questi ultimi mesi, prima del nuovo consiglio.

Dico subito che rifarei tutto quello che ho fatto. E ringrazio tutte le persone che ho conosciuto lungo questa strada. Tutte, davvero. A partire dai tanti attivisti con cui abbiamo collaborato, impossibile elencarli, ma il ringraziamento è profondo, di cuore. Senza di loro non avrei combinato nulla. Ringrazio in particolar modo Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, sempre nel mio cuore. L’intuizione geniale di queste due persone passerà alla storia, e mi riempie di orgoglio essere parte di questo bellissimo sogno. Ringrazio i miei colleghi in regione, compagni di questa avventura. Con alcuni di loro ho rinforzato un’amicizia già iniziata, come con Gianmarco Corbetta e Iolanda Nanni, a cui voglio un mondo di bene, non ci sono altre parole per ringraziarli. Con altri è iniziata una nuova e bellissima amicizia, come con Giampietro Maccabiani e Paola Ezzelina Macchi. Con altri c’è stato un rapporto meno amicale, ma di stima e rispetto, come con Dario Violi, Andrea Fiasconaro ed Eugenio Casalino. E ringrazio tutti i portavoce parlamentari con cui ho collaborato, aiuto prezioso per tutte le battaglie.

Dopo 5 anni di istituzioni sento ancora più forte il bisogno di contribuire offrendo la mia piccola goccia nell’oceano, sebbene abbia compreso come sia indifferibile la necessità di alzare ulteriormente l’asticella. Non solo una nuova Politica. È più che mai urgente rivisitare quella rivoluzione culturale, darle nuova linfa e nuovo vigore. Sì, continuo a inseguire ancora oggi una rivoluzione che nasca dal basso come quando la inseguivo nel 2009, anno di fondazione del M5S, in cui, anch’io, in seconda fila allo Smeraldo, decisi di cogliere quella sfida, che mirava ad una nuova modalità di fare Politica.

Non è testardaggine la mia.

È un pensiero solido: ciò che arriva dal basso nasce dall’essere umano, ciò che è calato dall’alto arriva da tecnicismi, da leggi, decreti, imposizioni. E abbiamo bisogno di rimettere l’uomo al centro, spodestando dal trono ciò che uomo non è. Ciò che nasce dal basso parte dal cuore, unico organo che può smuovere tutto. Ciò che arriva dall’alto parte da una «cosa», pur nascosta dietro un volto umano, che non smuoverà mai nulla, tanto meno le anime che formano un Paese. Certo, è più comodo entrare nell’ottica dell’offrire una soluzione agli altri, in modalità binaria: è sufficiente qualche tecnica e sperare in quei pochi che ancora votano. È molto più difficile vivere con chi non crede più, con chi non spera più, con chi non vota più, per aprirsi all’incerto, al rischio dell’altro, ad un terzo invisibile. Dal basso tutti i protagonisti si rimodellano, si ridefiniscono, si lanciano in nuove avventure, ignote, in maniera egualitaria. Ma questo percorso è più lento, ha i ritmi delle relazioni umane vere, delle esistenze della carne viva di fronte alle quali non ci sono soluzioni preconfezionate.

Ed ecco il punto: per iniziare un nuovo umanesimo, così mi piace rinominare la rivoluzione culturale, non esiste un rimedio istituzionale, fatto da nuove leggi, nuovi decreti, o nuove imposizioni, pur nobili. Ne consegue che il mio posto non è lì, in quelle istituzioni, ma tra la gente, dove un nuovo umanesimo va semplicemente «fatto», per essere da esempio. Gli ultimi fatti istituzionali confermano ciò che ormai è evidente da anni: è dal basso che si può cambiare un Paese, tra la gente, restituendo speranza a prescindere dalla politica rozza, falsa e autoreferenziale che serpeggia strisciando attraverso le vite di tutti.

Come? Ancora non mi è ben chiaro, ma intuisco che tutto ciò che farò ruoterà intorno a due nuove declinazioni di rivoluzione culturale: *Conversazione e Fraternità*.

Rubo a Theodore Zeldin alcuni pensieri che ho fatto miei.

«L’umanità è una famiglia che non si è quasi mai incontrata. Dal nostro secolo non mi aspetto un supplemento di modernità o di postmodernità ma la sensazione di appartenere a una nuova conversazione. Credo che il ventunesimo secolo debba orientarsi verso un nuovo e ambizioso obiettivo, quello di sviluppare non le modalità del parlare ma la conversazione, la quale sì che è in grado di cambiare le persone. La conversazione vera non consiste semplicemente nell’inviare e nel ricevere informazioni. […] La conversazione che mi interessa è quella che intavoliamo con la disponibilità a uscirne un po’ cambiati, i cui risultati non sono mai garantiti. *Implica dei rischi* […] La conversazione cambia il modo in cui vediamo il mondo, e cambia anche il mondo».

In nessun luogo istituzionale, oggi, figuriamoci in Regione, si riesce a conversare con quell’apertura che ti cambia, ti rigenera e ti mostra il mondo in maniera diversa. Per farlo servono interlocutori che sanno stare nel «non-potere», condizione introvabile, oggi. Nelle istituzioni democratiche, invece, la violenza, la menzogna e i tentativi di prevaricazione sono all’ordine del giorno, insiti nelle regole stesse, li subisci e li metti in atto, in contemporanea, poiché quel mondo agisce in quel modo. O accetti quelle regole o cambi mondo, e ti rivolgi ad altri, in zone più feconde, più fertili rispetto ad un’arida area rinsecchita.

Avete presente la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948?

Di solito ci ricordiamo solo della prima parte dell’art. 1: «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti».

L’art. 1 prosegue, però, e dice: *«Essi (gli esseri umani) devono agire gli uni verso gli altri nello spirito di fraternità»*.

Devono: la fraternità è un dovere, non un invito. Agire: la fraternità è un agire concreto, non un vago sentimento. E si rivolge a tutti gli esseri umani. Tutti.

Nelle Istituzioni gli esseri umani non sono considerati tali, sono, a seconda del momento, elettori, categorie di lavoratori, nemici, comitati di cittadini pro o contro qualcosa, stakeholder, portatori di interessi, dati statistici, risorse da educare, plasmare, confondere e manipolare. Un non-luogo di non-persone. Nessuno ricorda più questo «dovere» di fraternità, soprattutto nelle Istituzioni. In realtà, nessun politico, con tutte le differenze dei singoli casi, ha più nulla da dire e nessun politico è in grado di ascoltare, tutti ripiegati su sé stessi o sulla maschera di sé, mentre il Paese sta andando in un’altra direzione, ahimè.

È con gli esseri umani, per gli esseri umani e nella loro vita che può partire una nuova conversazione in fraternità, non certo con persone disumanizzate, fissate sul proprio ego, schiave del dio potere, o degli dei-interessi economici individuali e della guerra ad ogni costo (è solo inventando nemici inesistenti che persone meschine e inaffidabili possono dire «vieni con me, io ti salverò»). Non puoi avere una nuova conversazione con persone che patiscono di una privazione profonda, mai nate ad una vita autentica e che vivono la quiete pace del cimitero, con tutte le distinzioni del caso, lo ripeto.

Tutti questi «Io odiosi» incontrati in questi anni vanno a braccetto con i drammi attuali e con un periodo storico difficile, molto difficile. E io non ho fatto, non faccio e non farò sconti a nessuno, tanto meno alla politica, al sistema informativo televisivo e cartaceo, causa di tanto degrado, e alla società occidentale. Anzi, è proprio per evitare di rimanere bloccata in quel mondo bislacco, in quel «sistema-idiota» da noi creato ma non governato, o anche solo in un suo angolo, che esco dal ring.

L’ho detto pochi giorni fa ad un evento pubblico: ricordate la brillante e folgorante espressione di Kierkegaard nei suoi Diari «La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani»?

Ecco, ridiamo in mano la nave al Comandante.

Attenzione, lo ripeto, rifarei tutto quello che ho fatto. Se la strada che intraprendo oggi è più che mai sfidante, posso intraprenderla solo grazie all’esperienza vissuta, grazie a quello che ho visto, che ho toccato con mano e che ho cercato di contrastare.

Ma oggi inizio una nuova vita, verso una strada ancora tutta da decifrare, in cui rimetterò ancora tutto in gioco. La vita è fatta per osare, non per stare comodi o per fare due conti.

Voglio essere chiara. Tutto quello che ho scritto *vale solo ed esclusivamente per me*. Perché ho i miei obiettivi, le mie aspirazioni, la mia indole e, soprattutto, inaspettatamente, la mia nuova vocazione e la mia chiamata.

Ripeto: non lascio il M5S. E il mio nuovo «mestiere», qualunque esso sarà, so che tornerà utile al M5S, a quella politica onesta, post-ideologica, di rinnovo, idealista e volta al bene collettivo come nessun’altra forza politica oggi in Italia.

Lascio luoghi dove ormai mi sento distante da dove vorrei essere, per tornare dove devo tornare. Non smetterò di fare politica, impossibile per la mia indole, e metto in guardia tutti di fronte ai pericoli del fare il portavoce a certi livelli: interrogatevi ogni giorno sul motivo per cui fate ciò che fate, senza mentire a voi stessi. Fidatevi: non è facile, non è per niente facile smascherare sé stessi!

Io sarò sempre disponibile per affiancare chi entrerà, per fare il passaggio di testimone, per regalare ciò che ho imparato, o per mettere al servizio la mia competenza tecnica. Ho visto meravigliose candidature in rete e ne sono felice, continueremo insieme a scalfire il potere lombardo.

Auguro, dunque, a tutti i miei amici pentastellati-candidati tanta fortuna e una lieta e serena campagna elettorale.

Le mie figlie vi direbbero «May the Force be with you».

Io aggiungo: «You must unlearn what you have learned!»

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